Turchia, Montella si racconta: “Il calcio mi aveva stancato, questa nazionale mi ha restituito tutto”
C’è un passaggio, nell’intervista rilasciata da Vincenzo Montella, che vale più di ogni analisi tattica. Non riguarda moduli, schemi o risultati. Riguarda un momento personale, quasi intimo. Lo riporta la Gazzetta dello sport
C’è un passaggio, nell’intervista rilasciata da Vincenzo Montella, che vale più di ogni analisi tattica. Non riguarda moduli, schemi o risultati. Riguarda un momento personale, quasi intimo. Lo riporta la Gazzetta dello sport
Turchia, Montella si racconta: “Il calcio mi aveva stancato, questa nazionale mi ha restituito tutto”
"Durante il Covid avevo pensato di smettere".
Da lì parte tutto. Una confessione che cambia la prospettiva e dà profondità a un percorso che oggi lo vede protagonista assoluto sulla panchina della Turchia.
Dalla crisi alla rinascita: la svolta turca
Quando Montella accetta la sfida della Turchia, lo scetticismo è diffuso. Il suo nome non accende entusiasmi immediati. Ma il campo, ancora una volta, ribalta le narrazioni.
La qualificazione al Mondiale, attesa da 24 anni, diventa il punto più alto di un percorso costruito lontano dai riflettori italiani.
"Un intero popolo è felice, ed è questo il premio più grande".
Non è solo una vittoria sportiva. È una riconquista personale.
Il Mondiale delle incognite: caldo, freddo e adattamento
Guardando avanti, Montella non si nasconde dietro facili entusiasmi. Il Mondiale si presenta come una sfida complessa, anche per fattori esterni.
Allenamenti a Phoenix, in Arizona, con temperature estreme. Poi il trasferimento in Canada, dove il clima sarà completamente diverso.
"Passare dal caldo al freddo può aiutarci, ma tutto dipenderà dalle condizioni dei giocatori".
Una lettura lucida, che conferma l’approccio pragmatico dell’allenatore.
Calhanoglu, il regista che non si trova più
Tra i protagonisti della sua squadra, Montella si sofferma su Hakan Calhanoglu, definendolo senza mezzi termini un talento raro.
"È uno di quei registi in via di estinzione".
Il concetto è chiaro: non si tratta solo di qualità tecnica, ma di affidabilità mentale. Un giocatore che, nei momenti difficili, diventa un punto di riferimento per tutta la squadra.
"Con lui in campo, è come affidare il pallone a una banca".
Spalletti, da tensione a rispetto
Uno dei passaggi più sorprendenti riguarda il rapporto con Luciano Spalletti.
"Certo, siamo amici. E lo dice uno che da calciatore non andava d’accordo con lui".
Una frase che racconta molto più di quanto sembri. Il calcio, spesso, è fatto di rivalità che con il tempo si trasformano in stima. Un’evoluzione naturale, che Montella riconosce senza esitazioni.
Il calcio italiano visto da fuori
Da osservatore esterno, Montella offre una lettura equilibrata del momento dell’Italia.
Non c’è bocciatura, ma nemmeno indulgenza.
"La Nazionale non è scarsa, ma ha pagato la paura di non qualificarsi".
Poi indica una direzione precisa: ripartire dalla formazione tecnica dei giovani, senza ossessioni tattiche premature.
E soprattutto, fare sistema.
Racconta un episodio significativo: Gabriele Gravina e Gennaro Gattuso avevano chiesto di fermare il campionato per preparare la Nazionale. Non è stato possibile. In Turchia, invece, sì.
"La differenza sta tutta lì".
Stadi, diritti tv e identità
Montella individua anche un altro gap: le infrastrutture.
"Il problema principale sono gli stadi".
Non è solo una questione estetica. È un fattore che incide sulla percezione del campionato, sugli investimenti, sull’attrattività globale.
Un dettaglio che, nel calcio moderno, dettaglio non è.
Guardiola ct? “Perché no”
Nel finale, una suggestione che apre scenari: Pep Guardiola sulla panchina dell’Italia.
Montella non chiude, anzi.
"È talmente intelligente da poter fare tutto. Perché no".
Non è una proposta, ma un’apertura mentale. Un modo per dire che il calcio, oggi, non ha più confini rigidi.
Il ritorno possibile, senza fretta
Montella non esclude un ritorno in Italia. L’idea c’è, la nostalgia anche. Ma non è il momento.
"Qui ho ritrovato la passione".
E forse è questo il punto più importante di tutta l’intervista. Non i risultati, non le strategie, ma la riscoperta di un entusiasmo che sembrava perduto.
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