Juventus, la crisi è ufficiale: il peggior rendimento degli ultimi quindici anni e il rischio di un nuovo salto nel buio
Eppure, fino a poco tempo fa, qualcosa si intravedeva. Con Atalanta e Lazio la squadra aveva mostrato personalità e produzione offensiva. A Milano restava l’amarezza per episodi discutibili. A Istanbul, nel primo tempo, si era vista una Juventus credibile. Poi, però, il crollo.
La sconfitta interna contro il Como non è stata soltanto un passo falso. È stata la fotografia nitida di un momento che ormai non può più essere derubricato a semplice flessione.
Juventus, la crisi è ufficiale: il peggior rendimento degli ultimi quindici anni e il rischio di un nuovo salto nel buio
La Juventus è dentro una crisi vera, strutturale, e i numeri raccontano una realtà che pesa: dopo 26 giornate, quello attuale è il campionato più deludente degli ultimi quindici anni.
Non è una questione di estetica, anche se qualcuno aveva ironizzato persino su una maglia lontana dalla tradizione, quasi un omaggio involontario al Celtic in versione bianconera. Il punto è più profondo. È identitario.
Una striscia che ha cambiato il clima
La caduta contro il Como ha prolungato idealmente il secondo tempo di Istanbul, dove la Juventus si era smarrita contro il Galatasaray dopo un primo tempo incoraggiante. In pochi giorni sono evaporate certezze che sembravano appena ricostruite.
La sequenza è pesante: eliminazione in Coppa Italia a Bergamo, pareggio casalingo con la Lazio, sconfitta a San Siro, tracollo europeo in Turchia e nuovo ko in Serie A. Cinque partite senza vittorie, con una fragilità difensiva che ha incrinato ogni tentativo di ripartenza.
Eppure, fino a poco tempo fa, qualcosa si intravedeva. Con Atalanta e Lazio la squadra aveva mostrato personalità e produzione offensiva. A Milano restava l’amarezza per episodi discutibili. A Istanbul, nel primo tempo, si era vista una Juventus credibile. Poi, però, il crollo.
Un confronto che fa male
Guardare indietro è inevitabile. Non per nostalgia sterile, ma per comprendere la dimensione del momento. Era dalla stagione 2010/11, quella guidata da Luigi Delneri, che la Juventus non si trovava così indietro in classifica dopo 26 giornate. Un dato che riporta alla memoria gli anni più complicati del post Calciopoli, prima della svolta firmata Antonio Conte e proseguita da Massimiliano Allegri.
Nel frattempo il club ha cambiato allenatori, dirigenti, strategie. Ha investito, ma senza riuscire a costruire una continuità tecnica. E il confronto con le stagioni recenti amplifica la percezione del passo indietro, soprattutto considerando che anche annate definite deludenti avevano prodotto un rendimento superiore a quello attuale.
La sensazione è che si parli di un’altra epoca, di un’altra Juventus. Ma il peso della storia, a Torino, non è un dettaglio.
Il nodo non è solo tecnico
È troppo semplice ridurre tutto a una questione tattica. Il problema appare più ampio: scelte di mercato poco funzionali, identità non ancora definita, fragilità emotiva nei momenti chiave. La squadra sembra oscillare tra buone intenzioni e improvvisi blackout.
Ora la stagione è appesa a un filo. Fuori dalla Coppa Italia, con la Champions quasi compromessa e il quarto posto non ancora al sicuro, il rischio concreto è restare fuori dall’Europa che conta. Sarebbe un contraccolpo economico e simbolico.
Spalletti e la tentazione dell’ennesima rivoluzione
In questo contesto si fa strada la tentazione più pericolosa: cambiare ancora tutto. Scaricare la responsabilità sull’allenatore, aprire un nuovo ciclo, ricominciare da capo. È una strada già percorsa troppe volte negli ultimi anni.
Se il progetto è davvero affidato a Luciano Spalletti, allora la coerenza impone un’altra scelta: sostenerlo, costruire una rosa più aderente alle sue idee, correggere gli errori di mercato senza smantellare nuovamente l’impianto tecnico. Anche qualora non arrivasse la qualificazione in Champions.
Ripartire da zero, ancora una volta, significherebbe trasformare la crisi in una spirale.