Storie di sport – Talento, umanità e incostanza, Gesù e Che Guevara: pillole di Zigo-gol
Controcorrente, ribelle e ricordato come uno dei simboli del calcio degli anni Settanta, Gianfranco Zigoni è stato un attaccante di talento, un dissacratore del sistema calcio pur facendone parte e vivendolo appieno.
Storie di sport – Talento, umanità e incostanza, Gesù e Che Guevara: pillole di Zigo-gol
La depressione è un problema reale, inutile girarci intorno. E sottovalutarne la portata non è certo una buona idea. È un buco nero che ti risucchia, togliendoti ogni forza per reagire. Nonostante i segnali incoraggianti, è ancora presto per dire che oggi gli atleti possano sentirsi liberi di confessare le proprie debolezze. Abituati alla gloria, alle urla esultanti di tifosi e colleghi, alla competizione, affrontare l’improvvisa mancanza di adrenalina non è per niente facile. Soprattutto in quelli che sono gli atleti divenuti celebri quando lo sport era una vera e propria passione. Una missione. Lo dimostra la vita, il romanzo di Zigo-gol (come lo chiamavano i tifosi scaligeri, sponda Hellas), che può contare su pagine di pura ribellione. Sigarette, pistole, donne, whisky, ore piccole e auto veloci. Un giocatore anticonformista dai capelli lunghi, che giocava una partita nella partita, ispirato dall'estro che bacia solo i grandi. E consapevole che la sua vita di calciatore è stata spesso stritolata dentro la gabbia del pregiudizio. Controcorrente, ribelle e ricordato come uno dei simboli del calcio degli anni Settanta, Gianfranco Zigoni è stato un attaccante di talento, un dissacratore del sistema calcio pur facendone parte e vivendolo appieno. Gianfranco Cesare Battista Zigoni, nato a Oderzo, nel trevigiano, il 25 novembre 1944, sa fin da ragazzo di avere un talento particolare nel giocare a pallone, ma capisce immediatamente che in quel mondo nel quale vuole entrare, perché lui ha tutte le capacità per starci ad alti livelli, non gli somiglia affatto. "Non l'ho mai amato il pallone. Mi sono ritrovato a giocarlo. Era destino. Non è che mi piacesse. A tredici anni ho fatto un provino per il Pordenone che era un vivaio della Juventus e dopo venti minuti mi hanno preso". Questa la cifra caratteriale di un uomo mai banale. "Da bambino giravo armato di fionda, più cresciuto tenevo sotto controllo il territorio con la carabina. Finché un giorno – ha spesso raccontato Zigoni – a caccia, colpii un merlo, che cadde vicino a un laghetto. Mi avvicinai per raccoglierlo e incrociai il suo sguardo. Lui era ferito, ma vivo, e i suoi occhi mi dicevano: brutto bastardo che non sei altro. Mi sentii un mostro. Lo strozzai per non farlo soffrire ancora, gettai la carabina e mi ferii volontariamente alla fronte con il filo di ferro di un vitigno. Sanguinavo. Il giorno successivo vendetti i fucili". Turbolenza e sensibilità. Soprattutto onestà intellettuale, palesata sinceramente anche nel calcio: "A me ribolle il sangue quando sento i calciatori lamentarsi. Mio padre si è rovinato i polmoni a furia di lavorare nella fabbrica delle schifezze, uno stabilimento che ha ammazzato tanta gente di questo posto. Mio padre è morto e lui, il padrone, vive in un castello con parco annesso. Queste sono le ingiustizie. Se fosse vivo il Comandante… Io da giovane volevo fare la rivoluzione. Non ho mai frequentato il gregge".
"Ho accumulato più giorni di squalifica che gol perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili e ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni degli anni Settanta: all'epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione". Talentuoso e indisciplinato, un ossimoro insomma: specie per una squadra di soldatini diligenti come la Juventus. "Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juve: ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Là mi sentivo un numero."