Champions League extralarge sotto accusa: “126 partite per un rischio minimo”, la critica del Guardian
“È così che funziona il calcio moderno: un lunghissimo schiarimento della voce prima che inizi la vera partita”, scrive Wilson, sintetizzando il senso di una fase iniziale che, a suo giudizio, produce più rumore che reale selezione.
NYON, SWITZERLAND - JUNE 24: Gianni Infantino, UEFA General Secretary, shows the name Dinamo Tbilisi during the UEFA Champions League Q2 qualifying round draw at the UEFA headquarters on June 24, 2013 in Nyon, Switzerland. (Photo by Harold Cunningham/Getty Images)
Il nuovo format della Champions League continua a far discutere e trova un critico d’eccezione sulle colonne del Guardian. Jonathan Wilson, firma storica del giornalismo calcistico inglese, smonta senza mezzi termini la prima fase della competizione, definendola un passaggio ridondante, poco incisivo e sostanzialmente inutile rispetto agli obiettivi sportivi dichiarati.
Champions League extralarge sotto accusa: “126 partite per un rischio minimo”, la critica del Guardian
“È così che funziona il calcio moderno: un lunghissimo schiarimento della voce prima che inizi la vera partita”, scrive Wilson, sintetizzando il senso di una fase iniziale che, a suo giudizio, produce più rumore che reale selezione.
Una prima fase senza vera posta in palio
Il punto centrale dell’analisi è impietoso: dopo 126 partite, il massimo risultato concreto sembra essere “il lieve rischio di una possibile eliminazione del Napoli o del Club Brugge, o la curiosità discutibile di capire se Tottenham o Atalanta dovranno passare dai playoff”. Un bilancio che, secondo il Guardian, rende legittima una domanda provocatoria ma tutt’altro che banale: vale davvero la pena giocare così tante partite per arrivare a conseguenze così limitate?
Per Wilson, il sistema di premi è già una confessione implicita del problema. “Il fatto che la ricompensa per arrivare tra le prime otto sia semplicemente quella di evitare altre due partite è significativo”, osserva. Non un premio sportivo, ma una riduzione del carico: un’ammissione che il calendario è ormai saturo e che giocare di più non è più percepito come valore aggiunto, bensì come un peso.
Dominio inglese e paradosso europeo
Nella fase iniziale, i club di Premier League dominano. I numeri lo confermano: sei squadre inglesi figurano tra le prime undici della classifica generale, con il solo Manchester City fuori dalle prime otto. Un dominio che però, come sottolinea Wilson, raramente si traduce in vittoria finale.
“Con l’espansione e la proliferazione dei tornei, la stanchezza è diventata un fattore determinante”, spiega l’editorialista. La Premier League, campionato più ricco e competitivo d’Europa, consente ai club inglesi di accumulare talento e risultati nella prima parte della Champions, ma presenta il conto nella fase decisiva.
Il precedente italiano e il fattore stanchezza
Per spiegare il paradosso, Wilson richiama un precedente storico ben noto: la Serie A degli anni ’90. In quel periodo, il campionato italiano era il centro di gravità del calcio europeo. Tra il 1992 e il 1998 una squadra italiana arrivò in finale ogni stagione, ma solo due riuscirono a vincere la Champions.
“Allora come oggi”, scrive il Guardian, “le squadre dominanti in patria arrivavano in primavera logorate da una competizione interna durissima”. Ajax e Borussia Dortmund, provenienti da campionati meno stressanti, si presentavano spesso più freschi nei momenti chiave.
Secondo Wilson, lo stesso accade oggi ai club inglesi: quando si arriva ai quarti di finale, tra aprile e maggio, le squadre di Premier League sono esauste dopo mesi di scontri ad altissima intensità. Al contrario, colossi come Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e Paris Saint-Germain, capaci di competere economicamente ma con minore pressione interna, beneficiano di un vantaggio fisico e mentale decisivo.
“Un riempitivo in attesa della vera Champions”
La conclusione dell’editoriale è netta e difficilmente equivocabile. “Tutto questo non fa che sottolineare l’inutilità di questa fase della Champions League”, scrive Wilson. Finché una squadra supera lo sbarramento iniziale, ciò che accade prima conta poco o nulla. La vera competizione, quella che decide il trofeo, inizia più avanti.
La fase iniziale diventa così “un enorme riempitivo”, pensato più per moltiplicare eventi e diritti televisivi che per affinare la selezione sportiva. Un’attesa prolungata che conduce inevitabilmente allo stesso epilogo: lo scontro tra i grandi club europei e squadre inglesi logorate, nel cuore della primavera.
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