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venerdì 31 luglio 2026 Calcio · Napoli · Serie A
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VARgogna: la domenica nera dei fischietti italiani che unisce l'Italia nella rabbia

C’è un filo rosso scuro, quasi nero, che unisce le latitudini del nostro calcio in questa ventiseiesima giornata di campionato

VARgogna: la domenica nera dei fischietti italiani che unisce l'Italia nella rabbia
C’è un filo rosso scuro, quasi nero, che unisce le latitudini del nostro calcio in questa ventiseiesima giornata di campionato. Un filo intessuto di frustrazione, fischi incomprensibili e silenzi tecnologici assordanti. Se c’è una verità ineluttabile che emerge dalle macerie di questa domenica sportiva, è che l'ingiustizia, oggi, è diventata profondamente democratica. Non veste una sola maglia, non accarezza un singolo campanile, non fa distinzioni tra nord e sud. Ha colpito con la stessa chirurgica e incomprensibile cecità il Torino, il Milan e il Napoli, trasformando tre sfide cruciali in un manifesto collettivo della crisi irreversibile in cui è sprofondato il sistema arbitrale italiano.

L'ingiustizia non ha colori: la domenica in cui la Serie A ha certificato il fallimento del Var

Quello a cui abbiamo assistito in sole ventiquattro ore non è il fisiologico campionario dell'errore umano, che fa da sempre parte del gioco, ma la certificazione di una schizofrenia protocollare che sta lentamente uccidendo la credibilità della Serie A. L'Associazione Italiana Arbitri e la sala video di Lissone sembrano aver smarrito definitivamente la bussola, offrendo al pubblico e agli addetti ai lavori un metro di giudizio che muta non solo da stadio a stadio, ma persino all'interno degli stessi novanta minuti. L'agonia della logica inizia a Marassi, nel match tra Genoa e Torino. Al tramonto del primo tempo, i granata chiedono a gran voce un calcio di rigore per un tocco di mano in area del genoano Ekuban. L'impressione, netta per chiunque guardi l'azione anche a velocità normale, è che il penalty sia solare. Per il direttore di gara, tuttavia, il braccio è aderente al corpo. È esattamente in questo limbo di incertezza oggettiva che il Var, lo strumento nato per correggere le sviste clamorose, sceglie la via del mutismo. Un rapido check e si prosegue.  Ma il vero dramma della tecnologia non risiede solo nel suo silenzio omertoso; deflagra in tutta la sua gravità nella sua invadenza quando, paradossalmente, il regolamento imporrebbe di non intervenire. Alla Scala del Calcio, il copione assume contorni grotteschi. Sugli sviluppi di un corner profondo di Valeri, Troilo sovrasta fisicamente Bartesaghi e buca Maignan per la rete del vantaggio ducale. L'arbitro Piccinini non ha dubbi: fischia e annulla immediatamente per un blocco falloso di Valenti sul portiere rossonero. Mentre la panchina emiliana esplode, la sala video entra a gamba tesa. Richiama il fischietto al monitor per fargli vivisezionare un blocco che le immagini confermano esserci, ma che da Lissone viene improvvisamente giudicato "troppo lieve". La rete dello 0-1 viene convalidata ribaltando la sensazione del campo e, soprattutto, la valutazione soggettiva sull'entità di un contatto, scatenando la rabbia vibrante di tutto il popolo milanista. Ma il manifesto definitivo del collasso protocollare, il vero e proprio capolavoro in negativo del weekend, si materializza a Bergamo, nella sfida ad altissima tensione tra Atalanta e Napoli. Al Gewiss Stadium va in scena il cortocircuito perfetto, capace di mescolare l'invadenza e l'omertà tecnologica in un colpo solo. Nel primo tempo, l'arbitro Chiffi indica il dischetto per un contatto in area tra Hojlund e Hien. È una decisione di campo, legata esclusivamente alla dinamica e all'intensità dell'azione. Eppure, esattamente come a San Siro, il Var interviene: richiama il fischietto al monitor e lo induce a revocare il rigore, violando il principio aureo secondo cui la tecnologia non dovrebbe mai ergersi a giudice dell'intensità di un contrasto. La farsa raggiunge però il suo apice in avvio di ripresa. Su un ennesimo duello fisico, un corpo a corpo rusticano sempre tra Hojlund e Hien, il danese se ne va di pura forza, affonda e disegna un cross basso al bacio. Dalle retrovie si inserisce con i tempi perfetti Gutierrez, che capitalizza l'assist e batte Carnesecchi per la rete del meritato 0-2 partenopeo. Incredibilmente, Chiffi annulla tutto, giudicando falloso l'affondo con cui l'attaccante si era liberato del difensore. E la sala video, la stessa entità che poco prima aveva spaccato il capello in due per togliere un rigore, di colpo torna silente. Un interruttore spento che cristallizza un errore tecnico fatale, stravolgendo l'inerzia psicologica del match Quando la discrezionalità deborda in aperta anarchia, il calcio abdica al suo ruolo di sport per trasformarsi in un casinò in cui è il banco stesso a mandare in rovina lo spettacolo. Le piazze di Torino, Milano e Napoli, pur divise da fedi calcistiche opposte, si ritrovano stasera accomunate dal sapore aspro di un'ingiustizia sistemica. È una vera e propria scheggia impazzita che ha già mietuto vittime nelle settimane passate e che, senza una drastica inversione di rotta, tornerà inesorabilmente a colpire altrove. Perché quando il regolamento perde i suoi contorni di certezza, nessuno può più dirsi al riparo. La misura è colma e il fallimento del protocollo si staglia in tutta la sua drammatica evidenza. Non siamo più nel recinto della sfortuna o del vittimismo di fazione, ma di fronte alla manifesta incapacità di governare uno strumento introdotto per azzerare i dubbi e che ha finito per moltiplicare il caos. Nascondersi dietro il paravento dell'errore umano è un alibi che i vertici arbitrali hanno esaurito: la Serie A esige regole univoche e professionisti all'altezza. Andrea Alati
Andrea Alati · Redattore