Esiste una crudeltà sottile, quasi scientifica, nella narrazione di questa stagione del Napoli. Un copione perverso che impedisce alla gioia di sedimentare, spazzata via istantaneamente dall'angoscia. La vittoria contro la Fiorentina, sofferta e voluta con ogni fibra, racchiude in novanta minuti il paradosso di un'annata intera: il trionfo della volontà contro l'accanimento del destino. Il ciclo è ormai un loop infernale: appena si intravede una connessione tecnica, il filo si spezza. Ieri, al "Maradona", la storia si è ripetuta. Eppure, tra le pieghe della sofferenza, il Napoli scopre gemme preziosissime. Antonio Vergara non è più una promessa, ma una splendida realtà: il suo mancino e quelle accelerazioni che tagliano in due le difese avversarie hanno infiammato lo stadio, creando un legame empatico immediato con la gente. Così come Alex Meret, autore di due interventi prodigiosi che hanno rispedito al mittente critiche spesso ingenerose e luoghi comuni stantii.
Cuore, nervi e accanimento del destino: il Napoli vince ma trema
L'eroe di giornata, però, è l'uomo più discusso del momento. Miguel Gutierrez, spesso bersaglio di mugugni per un adattamento tattico difficile, ha estratto dal cilindro una parabola a giro che ha ricordato i tempi di Fabiàn Ruiz. Un gol che vale doppio, perché segna l'evoluzione di un giocatore capace di reinventarsi, di usare il piede debole e di abbracciare il suo allenatore con la rabbia di chi non molla. Una rete che ha mascherato l'inferiorità numerica con cui il Napoli ha spesso giocato nelle ultime uscite europee e di campionato. Ma la festa è durata un battito di ciglia. L'immagine di Giovanni Di Lorenzo a terra, immobile, ha fatto scorrere un brivido lungo la schiena di Fuorigrotta. In quel momento, la vittoria è passata in secondo piano, lasciando spazio alla consapevolezza di un'emergenza che diventa cronica.
Qui si apre il capitolo delle responsabilità, che vanno oltre la sfortuna e affondano le radici nella gestione dei mesi scorsi. Se oggi le scelte di Conte sono obbligate, è altrettanto innegabile che il cortocircuito attuale sia figlio di un "peccato originale". Certo, va riconosciuto con onestà intellettuale che non tutte le seconde linee offrono le stesse garanzie dei titolarissimi: elementi come Mazzocchi, lo stesso Gutierrez o quel Beukema (cui il mister continua a preferire l'adattamento di Olivera) pagano un dazio tecnico o di esperienza che un perfezionista come Conte fatica ad accettare. Non si tratta di fuoriclasse incompresi – discorso valido anche per chi è partito, come Lang, Lucca o Marianucci – e ci sta che l'allenatore ne veda i limiti strutturali. Tuttavia, il rimpianto diventa accusa quando si guarda a chi la qualità ce l'aveva eccome. Se per David Neres (prima dell'infortunio) e soprattutto per la folgorante ascesa di Antonio Vergara si può parlare di talento colpevolmente tenuto a freno, l'errore appare doppio. L'exploit del classe 2003, dimostratosi pronto per qualsiasi palcoscenico per puro merito e non solo per necessità, certifica che le risorse di livello c'erano. L’aver trascurato queste risorse, spremendo fino al logoramento i soliti 'pretoriani', ha innescato una reazione a catena devastante: le colonne portanti hanno ceduto sotto un minutaggio insostenibile, svelando la nudità di una rosa che si è scoperta drammaticamente corta proprio nel momento in cui serviva profondità.
Tuttavia, c'è un aspetto che va oltre la tattica e gli errori di mercato: l'anima. Questa squadra, pur raschiando il fondo del barile delle energie, sta dimostrando una dignità e un attaccamento alla maglia commoventi. Il pubblico lo ha capito: chi ha abbandonato lo stadio in anticipo ha perso lo spettacolo di un gruppo che, pur incerottato e stanco, getta il cuore oltre l'ostacolo. Il Napoli di oggi è questo: una squadra che lotta contro i propri limiti strutturali e contro la malasorte, tenuta in piedi dall'orgoglio e da un senso di appartenenza che, paradossalmente, si rafforza proprio nelle difficoltà. Servirebbero rinforzi in ogni reparto – un difensore, un esterno, una punta – ma il mercato è un miraggio lontano. Ora c'è solo da stringersi a coorte, e sperare per il Capitano.
Andrea Alati
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