C'è un momento, nel calcio come nella vita, in cui la volontà deve cedere il passo alla saggezza. È quel momento sospeso, fatto di attesa e di resistenza silenziosa, che Eduardo De Filippo ha immortalato in una frase divenuta preghiera laica: «Ha da passà 'a nuttata». E la nottata del Napoli, in questo lunedì di febbraio sferzato dal vento gelido e dagli infortuni, ha il volto stanco ma nobile di Scott McTominay. L'uomo che credevamo scolpito nella roccia delle Highlands, il gigante che per 27 partite consecutive (Nazionale compresa), come evidenziato da La Gazzetta dello Sport, ha caricato sulle spalle il peso di un centrocampo orfano di maestri e di polmoni – da De Bruyne a Gilmour, fino ad Anguissa – alla fine si è dovuto fermare. Non è una resa, sia chiaro. È la fisiologia che presenta il conto alla generosità. Un'infiammazione subdola, quella linea di fuoco che corre dal gluteo all'ischiocrurale, ha imposto l'altolà. Non è una frattura, non è un addio, è un avvertimento: anche l'acciaio, se piegato troppe volte senza sosta, rischia di spezzarsi.
“Ha da passà ’a nuttata”: McTominay ko, il Napoli lo aspetta per il Derby del Sole
La decisione di escluderlo dalla contesa di Coppa Italia contro il Como è figlia di questa consapevolezza eduardiana. Bisogna accettare il buio dell'assenza oggi, per poter rivedere la luce domani. Perché domenica sera, quando le luci del "Maradona" illumineranno la sfida contro la Roma, in palio non ci sarà solo l'onore, ma un passaporto per l'Europa dei grandi. Antonio Conte, stratega che conosce il valore delle pedine sulla scacchiera, sa che bruciare il suo cavallo migliore in una scaramuccia infrasettimanale sarebbe un peccato di superbia. McTominay è il talismano, l'uomo della provvidenza: le statistiche sussurrano che quando lui segna, il Napoli non conosce sconfitta. Rinunciare a questa certezza nel Derby del Sole sarebbe un suicidio tattico.
C'è poi l'uomo, che spesso supera il calciatore. Le immagini di Marassi sono ancora vivide: Scott che vuole restare in campo a tutti i costi, fermato solo dalla ragion di stato dei medici; Scott che, tremante in panchina, scatta come una molla per abbracciare Hojlund dopo il gol vittoria o per asciugare le lacrime di un Buongiorno sconsolato. È la prova che la leadership non si misura solo nei chilometri percorsi o nei contrasti vinti, ma nella capacità di essere famiglia. McTominay è rimasto lì, pilastro emotivo anche senza scarpini, a ricordare a tutti che la notte si attraversa insieme. Domani, dunque, toccherà agli altri. Senza il suo Braveheart, Conte dovrà fare di necessità virtù, rispolverando quel pragmatismo spiccio che serve nelle emergenze. Con la coperta a centrocampo ridotta a un fazzoletto e il giovane Vergara chiamato a diventare grande in fretta, l'ipotesi più concreta è un rifugio sicuro nel 3-5-2, un assetto che protegga la squadra e argini il palleggio del Como. Sarà una gara di sofferenza, forse, ma necessaria. La nottata deve passare, deve scorrere via veloce, perché domenica serve che McTominay torni al centro del villaggio.
Andrea Alati
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