VERONA, ITALY - MARCH 31: Cristian Chivu head coach of Parma calcio reacts during the Serie A match between Verona and Parma at Stadio Marcantonio Bentegodi on March 31, 2025 in Verona, Italy. (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)
Siamo nell'era del 4K, del fuorigioco semiautomatico e dei sensori di movimento millimetrici. Eppure, nel 2026, la partita copertina del calcio italiano rischia di passare alla storia non per le prodezze dei campioni, ma per un "bug" burocratico e per un evidente cortocircuito comunicativo. Quanto accaduto a San Siro al minuto 42 di Inter-Juventus riaccende con violenza il dibattito sui limiti del protocollo VAR: l'espulsione di Pierre Kalulu per somma di ammonizioni è l'episodio che sposta gli equilibri, ma la dinamica rivista ai monitor racconta una verità che il regolamento ha impedito all'arbitro di correggere.
Inter-Juventus, rosso generoso e silenzio conveniente: il corto circuito di Chivu
L'arbitro La Penna sanziona il difensore bianconero per un fallo su Alessandro Bastoni. Scatta il secondo giallo e il conseguente rosso. I replay, però, sono impietosi: mostrano un contatto marginale, se non nullo, e un difensore nerazzurro (anch'egli già ammonito) che accentua la caduta. Qui nasce il paradosso: se il direttore di gara avesse potuto rivedere l'azione, lo scenario si sarebbe probabilmente ribaltato. Niente fallo di Kalulu, bensì simulazione di Bastoni: tradotto, espulsione per l'interista ed inferiorità numerica per gli uomini di Chivu. Invece, il protocollo IFAB impedisce ancora al VAR di intervenire sulle ammonizioni. La tecnologia, potente nella visione, resta impotente nell'azione, lasciando l'arbitro solo nel suo errore. Un limite che, in una sfida di tale peso specifico, appare anacronistico.
Il post-partita è incandescente. A farsi portavoce del malcontento bianconero è Giorgio Chiellini, figura solitamente misurata, che non ha nascosto la sua amarezza. "Non si può parlare di calcio oggi", ha tuonato l'ex capitano, visibilmente scosso. "È successo qualcosa di inaccettabile che ha rovinato una partita del genere. Questo è lo spettacolo che purtroppo abbiamo dato al mondo. Dobbiamo cambiare, per rispetto dello sport". La tensione si è trasferita dal campo al tunnel degli spogliatoi: Chiellini e il dirigente Comolli, infuriati con la direzione arbitrale ("Non esiste, non si può fare una cosa del genere"), sono stati allontanati a fatica dal tecnico Luciano Spalletti, costretto a vestire i panni del paciere per evitare che la situazione degenerasse.
Dall'altra parte della barricata, Cristian Chivu non ha cercato scuse, ma ha scelto la via del pragmatismo cinico. "Il rosso a Kalulu? Per me è un tocco leggero, però è un tocco: bisogna dirlo e ammetterlo", ha analizzato il tecnico nerazzurro in conferenza. "Il mio giocatore sente la mano perché l'ha anticipato: la decisione è un secondo giallo. Un giocatore d'esperienza come Kalulu le mani in alcune circostanze deve tenerle a casa". Una lettura legittima dal punto di vista tattico ("non dare all'arbitro la possibilità di fischiare"), ma che stride violentemente con le dichiarazioni di pochi giorni fa dello stesso allenatore. Le parole di ieri sera, infatti, cozzano contro la memoria storica. Proprio Chivu, nella conferenza pre-Juventus, si era eretto a paladino dell'onestà intellettuale, scagliandosi contro la cultura del sospetto: "Tutti si lamentano degli arbitri? È una storia che va avanti da tanti anni", diceva il tecnico. "Quando vedrò un allenatore parlare con un episodio a favore, verrò a parlare. Voglio vedere un allenatore venire in conferenza a dire 'ho avuto un episodio a favore, chiedo scusa'". E ancora, sulla crisi del movimento: "Non credo che sia colpa degli arbitri se l'Italia non va al Mondiale da due edizioni. Si può migliorare in tante cose ma la questione non sono gli arbitri".
Ieri sera, di fronte a un episodio chiaramente favorevole (un rosso generoso che ha indirizzato il big match), Chivu ha perso l'occasione di essere quell'allenatore che "chiede scusa" o che, quantomeno, ammette la fortuna. Invece di onorare la sua stessa richiesta di trasparenza, si è rifugiato nel "tocco leggero" e nella colpevolizzazione dell'avversario. Una doppia morale che non è sfuggita: facile fare i filosofi quando gli episodi sono neutri, molto più difficile quando decidono un Derby d'Italia. Al netto delle interpretazioni di parte, Inter-Juve lascia in eredità una certezza amara: il calcio non può più permettersi "zone d'ombra" dove la tecnologia è vietata. La richiesta del VAR a chiamata (il challenge per gli allenatori) non è più rinviabile. Ma servirebbe anche, forse, un po' più di coerenza tra ciò che si predica e ciò che si dichiara quando si vince.
Andrea Alati
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