TURIN, ITALY - JANUARY 27: Massimiliano Allegri, Head Coach of Juventus, reacts prior to the Serie A TIM match between Juventus and Empoli FC - Serie A TIM at Allianz Stadium on January 27, 2024 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
Aurelio De Laurentiis non sceglie mai le parole a caso, figuriamoci gli aggettivi. Quando, nel ventre patinato dell'ammiraglia MSC, ha incollato l'etichetta di "aziendalista" sul petto di Massimiliano Allegri, non stava semplicemente tratteggiando un profilo psicologico del suo nuovo allenatore. Stava rendendo pubblico, davanti a sponsor e stampa, un vero e proprio manifesto programmatico. Un patto non scritto, ma vincolante, che segna uno spartiacque totale rispetto al recente passato e all'elettricità tipica del calciomercato.
Dietro la parola "aziendalista": cosa chiede davvero De Laurentiis al suo nuovo condottiero
Ma da dove nasce questo marchio di fabbrica, e soprattutto, cosa pretende realmente il patron azzurro per il Centenario? Per decifrare il codice, bisogna riavvolgere il nastro fino all'estate del 2021, quando un Allegri di ritorno alla Juventus sdoganò il termine in conferenza stampa con fierezza sabauda: "È una definizione che mi piace molto, significa portare risultati e valore in sintonia con la società". Ecco il cuore pulsante della questione. Nel lessico calcistico italiano, troppo spesso prigioniero di prime donne in tuta pronte a far saltare i tavoli, l'aziendalista non è il banale "yes-man" che si accontenta delle briciole, bensì un manager freddo, plastico, capace di assorbire le pressioni aziendali. Uno che lava i panni sporchi rigorosamente a fari spenti nello spogliatoio e, soprattutto, fa da scudo protettivo alla dirigenza davanti ai microfoni. Niente sfoghi a orologeria sulle mancanze della rosa, niente ultimatum sul mercato a favor di telecamera. L'esatto opposto filosofico e comunicativo di Antonio Conte, un tecnico abituato a spremere i club per assecondare le proprie ambizioni, il cui burrascoso addio ha lasciato scorie che la Filmauro non ha alcuna intenzione di replicare.
Il messaggio veicolato da De Laurentiis è quindi un mandato tanto chiaro quanto gravoso. Il Napoli si ritrova con un ingorgo mostruoso di quarantasette tesserati a libro paga e l'imperativo categorico di sfoltirne almeno venticinque prima di poter anche solo sognare la firma di un nuovo assegno. In questo scenario da semaforo rosso finanziario, un allenatore "pretenzioso" avrebbe incendiato l'ambiente al primo giorno di ritiro a Dimaro. Allegri, al contrario, rappresenta il normalizzatore ideale. La richiesta velata – ma nemmeno troppo – del presidente è di trasformare gli esuberi in preziose risorse e i flop in scommesse vinte, senza bussare alla porta per chiedere la luna.
In sintesi, De Laurentiis ha consegnato le chiavi di Castel Volturno chiedendo espressamente al livornese di fare il rabdomante: scovare l'acqua dove gli altri vedono solo aridità. Gli ha chiesto di valorizzare l'imponente investimento da 28 milioni fatto per Noa Lang, di promuovere il gigante Lorenzo Lucca come alternativa ad Hojlund senza invocare acquisti faraonici dall'estero, e di lanciare i giovani del vivaio, da Vergara in giù. "Sei sicuro di volerli cambiare? Perché già con questi puoi fare grandi cose", ha chiosato il presidente sulla nave. L'aziendalismo di Allegri, all'ombra del Vesuvio, non è insomma una mera questione di sottomissione, ma di cruda e intelligente sopravvivenza economica.
Andrea Alati
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