Esiste un confine labile, talvolta impercettibile, che separa la casualità dal disegno preordinato, l'errore umano dalla strategia politica. Oggi, quella "sottile linea rossa" è stata valicata con un'arroganza che non ammette repliche. Se serviva una prova tangibile che l'attuale Serie A si disputa su un piano inclinato – dove la gravità spinge il pallone sempre verso le buche "giuste" – la cronaca delle ultime settimane l'ha servita su un piatto d'argento. Non siamo più nel perimetro delle illazioni da bar o del vittimismo preventivo; siamo al cospetto di un'alterazione sistematica della competizione, un meccanismo che colpisce chirurgicamente il virtuoso e stende una rete di protezione sotto il potente, anche se strutturalmente vulnerabile. Il Napoli di Antonio Conte non sta combattendo solo contro gli avversari sul rettangolo verde. Sta fronteggiando una morsa istituzionale bicefala: da una parte una burocrazia finanziaria che premia paradossalmente i debitori, dall'altra una giustizia sportiva che applica il codice con una geometria variabile imbarazzante, alternando il pugno di ferro al guanto di velluto a seconda della latitudine geografica e del peso politico.
L'analisi deve partire dai fondamentali economici, perché è qui che il paradosso assume i contorni del sabotaggio industriale. La fotografia patrimoniale del calcio italiano è un atto d'accusa che FIGC e Lega fingono di ignorare. Il Napoli rappresenta un'anomalia sistemica, un miracolo gestionale in un deserto di bilanci in rosso, forte di una posizione finanziaria netta positiva, evidenziata da Calcio e Finanza, per oltre 137 milioni e una liquidità di cassa che supera i 174 milioni. Risorse vere, immediate, pronte all'uso. Eppure, nella finestra di gennaio, l'operatività del club è stata paralizzata. Il dogma dell'indice di liquidità e del "saldo zero" ha impedito a Conte di attingere a quel tesoro per sostituire gli infortunati, costringendolo all'immobilismo. Non è un algoritmo asettico, ma una precisa volontà politica: quella "dittatura della maggioranza debitoria" composta da Juventus, Inter e Roma – club che cumulano passivi per centinaia di milioni – che ha imposto regole vitali per la loro sopravvivenza ma castranti per chi ha i conti in ordine. Hanno imposto al Napoli le loro stesse catene, temendo che in un regime di libero mercato De Laurentiis potesse esercitare una potenza di fuoco che loro non possiedono più.
Serie A a due velocità: Napoli strangolato dalle regole, i debitori protetti
Ma se sui bilanci si può ancora dibattere di tecnicismi e sostenibilità, è sul fronte dell'ordine pubblico che cade definitivamente la maschera dell'ipocrisia. La disparità di trattamento sanzionatorio tra Napoli e Inter non è più solo sospetta: è sfacciata. Basta mettere a confronto i metri di giudizio per restare attoniti. Quando i tifosi del Napoli (e della Lazio) si sono scontrati in autostrada – fatto grave e deprecabile – la risposta del Viminale è stata draconiana: trasferte vietate fino al termine della stagione. Una punizione collettiva, inflitta a causa dei "pochi", che priva la squadra del sostegno esterno per mesi. Tuttavia, quando durante Cremonese-Inter si consuma un episodio di gravità inaudita, ben peggiore perché avviene all'interno di un impianto sportivo e colpisce un atleta (il petardo che ferisce il portiere Audero), la mano del giudice diventa improvvisamente tremula. Il decreto emesso prevede sì un divieto di trasferta, ma solo fino al 23 marzo. E qui il diavolo si nasconde nel dettaglio che offende l'intelligenza collettiva: il provvedimento contiene una clausola surreale, un salvacondotto ad personam che recita "esclusa Milan-Inter dell'8 febbraio".
Antonio Conte si trova così a scalare una montagna con lo zaino zavorrato, mentre le rivali salgono in funivia. Gli è stato impedito di usare la liquidità societaria per fronteggiare l'emergenza infortuni; gli è stato tolto il supporto dei tifosi in trasferta per metà stagione. E nel frattempo, deve osservare le concorrenti – piene di debiti e con le curve graziate – continuare a operare e a riempire gli stadi. Questa non è competizione sportiva. È una guerra di posizione dove le regole vengono riscritte in itinere per favorire lo status quo. Il Napoli, con la fedina penale sportiva pulita e i conti in regola, viene trattato come un parvenu da rimettere al suo posto. Torna alla mente l'amarezza lucida di Pino Daniele, che aveva decifrato queste dinamiche decenni fa cantando di quella "carta sporca" di cui "nisciuno se ne importa". Ecco, oggi il Napoli è trattato così dalle istituzioni: come qualcosa che si può calpestare, ignorare, punire oltre misura nell'indifferenza generale. Ma c'è un'altra verità, tra le righe di Pino, che il "Palazzo" sottovaluta: la capacità di incassare e restare in piedi. Perché alla fine, la dignità di chi non deve nulla a nessuno vale più di uno scudetto di cartone.
Andrea Alati
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