Mourinho scuote l’Inter: “Nessuno di oggi giocherebbe nel mio Triplete”. E su Lautaro sentenzia: “Scelgo Milito tutta la vita”
José Mourinho torna a Milano e, come sempre, riesce a lasciare il segno senza alzare la voce. Basta una frase, una pausa studiata, uno sguardo ironico per riaccendere ricordi, confronti e inevitabili discussioni.
José Mourinho torna a Milano e, come sempre, riesce a lasciare il segno senza alzare la voce. Basta una frase, una pausa studiata, uno sguardo ironico per riaccendere ricordi, confronti e inevitabili discussioni.
Mourinho scuote l’Inter: “Nessuno di oggi giocherebbe nel mio Triplete”. E su Lautaro sentenzia: “Scelgo Milito tutta la vita”
Lo Special One è tornato nella città del Triplete per partecipare a un evento pubblicitario, ma inevitabilmente il calcio ha finito per prendersi la scena.
E quando si parla dell’Inter, Mourinho continua a ragionare come se quel gruppo del 2010 fosse ancora un monumento intoccabile. “Mi piacciono tanti giocatori di questa Inter, ma nessuno avrebbe giocato nella squadra del Triplete”. Una dichiarazione netta, quasi provocatoria, che fotografa perfettamente il rapporto che il tecnico portoghese mantiene con quella stagione entrata nella storia del calcio europeo.
Per Mourinho quella squadra non era soltanto forte. Era completa, feroce mentalmente, costruita attorno a personalità che lui considera irripetibili. Ed è per questo che anche il confronto tra Lautaro Martinez e Diego Milito si chiude senza esitazioni: “Amo Lautaro, ma Milito lo amo tre volte di più”. Non una bocciatura del capitano attuale dell’Inter, ma l’ennesimo omaggio a uno degli uomini simbolo della Champions League conquistata a Madrid.
Nel corso dell’intervista, Mourinho ha alternato nostalgia, orgoglio e riflessioni molto personali. La scelta più difficile della sua carriera? Lasciare l’Inter subito dopo aver vinto tutto. Una decisione che ancora oggi considera inevitabile. “Sì, la rifarei”, ha spiegato, ricordando quanto fosse stato intenso e logorante quel ciclo culminato con il Triplete prima della chiamata del Real Madrid.
Tra i passaggi più interessanti c’è anche il giudizio su Cristian Chivu, oggi protagonista da allenatore. Mourinho ha evitato frasi di circostanza, scegliendo invece un’analisi più concreta e realistica. “Non era un allenatore in campo”, ha detto parlando dell’ex difensore romeno, sottolineando però il percorso serio e graduale che lo ha portato fino alle panchine più importanti. Secondo il portoghese, Chivu ha costruito la propria crescita con pazienza e competenza, aiutato anche da un contesto favorevole in questa stagione.
Mourinho ha poi affrontato uno dei temi che più dividono il calcio moderno: il conflitto tra “giochisti” e “risultatisti”. La sua risposta è stata perfettamente coerente con la filosofia che lo accompagna da tutta la carriera: “Il giochista vincente mi piace, il giochista perdente no”. Una frase che sintetizza il suo modo di vedere il calcio meglio di qualsiasi manifesto tattico.
Per lui il calcio resta soprattutto competizione, gestione della pressione e capacità di vincere. Le idee contano, certo, ma fino a un certo punto. “La qualità dei giocatori è più importante”, ha spiegato con la solita schiettezza, allontanandosi ancora una volta da certe narrazioni romantiche che negli ultimi anni hanno dominato il dibattito calcistico.
Non sono mancati nemmeno i riferimenti all’attualità del calcio italiano e internazionale. Sul nuovo scandalo arbitrale Mourinho ha scelto parole misurate ma significative: “Il calcio è uguale dappertutto, però in Italia avete la capacità di fare pulizia ogni tanto”. Un commento che sa di frecciata ma anche di riconoscimento a un sistema che periodicamente finisce per mettere sotto esame se stesso.
Poi il Mourinho più umano, meno polemico e più riflessivo. Quello che parla della famiglia, della difficoltà di convivere con la fama e della sua idea di eleganza. “L’allenatore pagliaccino non mi piace”, ha detto riferendosi allo stile in panchina, in una delle tante battute che inevitabilmente finiranno per alimentare interpretazioni e discussioni.
E infine Roma. Non Milano, non Londra, non Madrid. Per Mourinho la città più bella del mondo resta la capitale italiana. “L’importante è stare dove ci sono le persone che amo, anche nel deserto del Sahara. Ma Roma è la città più bella”.
Parole che raccontano molto più di una semplice intervista. Perché Mourinho continua a essere esattamente ciò che è sempre stato: un allenatore capace di trasformare ogni risposta in una dichiarazione d’identità.
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