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venerdì 31 luglio 2026 Calcio · Napoli · Serie A
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Interviste

Lavezzi si racconta: "Ho attraversato il buio, oggi vivo per i miei figli. Napoli resta casa mia"

Nel momento più difficile, racconta, anche le voci esterne hanno avuto un peso. "Alcune cose mi hanno ferito, ma non potevo controllarle. Solo io sapevo cosa stavo vivendo". Oggi, però, il suo sguardo è cambiato: più lucido, più maturo. "Sto male mi ha trasformato. Ora sono più consapevole".

Lavezzi si racconta: "Ho attraversato il buio, oggi vivo per i miei figli. Napoli resta casa mia"
C’è un prima e un dopo nelle parole di Ezequiel Lavezzi. Un confine netto, segnato da un periodo che lui stesso non esita a definire "il più buio" della sua vita.

Lavezzi si racconta: "Ho attraversato il buio, oggi vivo per i miei figli. Napoli resta casa mia"

L’ex attaccante del Napoli ha scelto di raccontarsi senza filtri in una lunga intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo una fase fatta di fragilità, consapevolezza e rinascita. "Ho conosciuto l’oscurità. Mi facevo del male, e facevo male anche a chi mi stava vicino", confessa. Non una metafora, ma una realtà vissuta tra depressione e crisi d’ansia, in cui la lucidità lasciava spazio a pensieri negativi continui. Un equilibrio spezzato che lo ha portato a chiedere aiuto e ad affidarsi a un percorso clinico, sostenuto dalla famiglia. Il percorso: "Chiedere aiuto è il primo passo" "Non è finita, ma oggi sto bene", spiega Lavezzi, sottolineando come il cammino non sia ancora concluso. La scelta di raccontare pubblicamente questa esperienza ha anche un valore preciso: "A chi soffre dico di farsi aiutare". Nessuna semplificazione, nessuna scorciatoia. Solo la consapevolezza che uscire da certe situazioni richiede tempo, supporto e determinazione. Nel momento più difficile, racconta, anche le voci esterne hanno avuto un peso. "Alcune cose mi hanno ferito, ma non potevo controllarle. Solo io sapevo cosa stavo vivendo". Oggi, però, il suo sguardo è cambiato: più lucido, più maturo. "Sto male mi ha trasformato. Ora sono più consapevole". La svolta: la famiglia e la paternità Nel racconto emerge con forza un punto di svolta: la nascita del secondo figlio. "È arrivato nel momento più complicato e mi ha aiutato a salvarmi", dice. Un evento che ha ridisegnato le priorità e il modo di vivere il presente. "Voglio vivere per i miei figli", è la frase che sintetizza meglio il nuovo equilibrio. Non più il calcio al centro, ma la famiglia, la quotidianità, la ricerca di una serenità costruita giorno dopo giorno. Il calcio come rifugio e salvezza Eppure il pallone resta una presenza fondamentale nella sua storia. "È stato il mio migliore amico", racconta. Non solo una carriera, ma una via d’uscita da un contesto difficile, segnato da un’infanzia complicata e da un ambiente in cui le alternative non erano sempre positive. "Nel mio quartiere si viveva tra droga e armi. Senza il calcio non so dove sarei finito". Un legame profondo, che spiega anche la scelta di ritirarsi relativamente presto: "Ero stanco, ma volevo smettere quando ero ancora ad alto livello. È stato un gesto di rispetto". Napoli, una storia che non finisce Se c’è un capitolo che Lavezzi racconta con emozione particolare, è quello legato a Napoli. Una scelta fatta seguendo l’istinto, rinunciando anche a offerte economicamente più vantaggiose. "Per noi argentini era la città di Diego Armando Maradona. Sentivo che dovevo andare lì". Una decisione che si è trasformata in qualcosa di molto più grande di una semplice esperienza calcistica. "Sono stato travolto dall’amore della gente", ricorda, descrivendo un rapporto viscerale con la tifoseria. È lì che nasce il “Pocho”, soprannome legato a un ricordo personale — il nome del suo cane — e diventa simbolo di un’identità calcistica precisa. "In Italia c’è solo il Napoli per me", afferma senza esitazioni. Anche dopo l’esperienza al Paris Saint-Germain, il paragone non regge: "Sono stato bene, ma nulla supererà Napoli. È il posto che ho amato di più". Guardare avanti, senza dimenticare Oggi Lavezzi vive una dimensione diversa, lontana dai riflettori del calcio giocato. Qualche partita in televisione, una vita più riservata e un obiettivo chiaro: non perdere ciò che ha imparato. "Voglio essere una persona che non dimentica quello che ha passato", dice. Non per restare ancorato al dolore, ma per trasformarlo in consapevolezza.
Andrea Fiorentino · Redattore