Kvaratskhelia e Parigi: il talento georgiano che ha trasformato il sogno in identità
"Adoro Parigi. Più ci penso e più mi rendo conto di quanto le persone siano rispettose. Quando esci non ti disturbano continuamente. Se sono in un ristorante, per esempio, chiedono prima di venire a fare una foto. Questo mi piace molto".
LONDON, ENGLAND - APRIL 29: Khvicha Kvaratskhelia of Paris Saint-Germain during the UEFA Champions League 2024/25 Semi Final First Leg match between Arsenal FC and Paris Saint-Germain at Emirates Stadium on April 29, 2025 in London, England. (Photo by Justin Setterfield/Getty Images) (Photo by Justin Setterfield/Getty Images)
Khvicha Kvaratskhelia parla con la calma di chi ha attraversato grandi palcoscenici senza perdere il senso delle proprie origini.
Kvaratskhelia e Parigi: il talento georgiano che ha trasformato il sogno in identità
Alla vigilia della sfida europea contro il Chelsea, l’attaccante georgiano si racconta in un’intervista che va oltre il campo, toccando temi di identità, crescita personale e appartenenza. Parigi è oggi la sua nuova dimensione, ma il percorso che lo ha portato fin qui parte da lontano, da un Paese piccolo che lui continua a rappresentare con orgoglio.
Il talento naturale e i paragoni con la storia del calcio
Il suo modo di giocare ha spesso evocato immagini romantiche del calcio del passato. Dribbling imprevedibili, accelerazioni improvvise, fantasia allo stato puro. Non a caso qualcuno ha accostato il suo stile a quello di George Best.
Kvaratskhelia però smorza subito ogni tentazione di costruire un personaggio.
"Non faccio nulla di speciale per sembrare qualcuno. In campo sono esattamente come nella vita: spontaneo. Non recito una parte. Però capisco perché qualcuno faccia quel paragone. Anche a Napoli mi dicevano che ricordavo George Best. Era un calciatore straordinario, uno dei più grandi. Forse avrebbe potuto diventare ancora più grande se la sua vita non fosse stata così complicata. Ammetto che essere accostato a lui mi fa piacere".
Il talento, nel suo caso, non è una costruzione ma una conseguenza naturale della sua personalità calcistica: istinto, tecnica e coraggio nelle giocate.
L’orgoglio di essere georgiano
Quando Kvaratskhelia prova a descriversi come calciatore non parte dalle caratteristiche tecniche. Parte dall’identità.
"Se devo scegliere alcune parole direi paziente, aggressivo, guerriero e… georgiano. In realtà le ultime due significano quasi la stessa cosa".
Dietro questa definizione c’è un forte senso di responsabilità. La Georgia è una nazione calcisticamente piccola, e ogni calciatore che riesce a emergere nei grandi club europei sente il peso di rappresentare il proprio Paese.
"Veniamo da un Paese piccolo e vogliamo farlo conoscere mostrando la nostra parte migliore. Quando qualcuno visita la Georgia cerchiamo di essere i migliori padroni di casa possibile. Io in campo gioco prima per la Georgia e poi per me stesso. Arrivare in una squadra come il PSG partendo da dove vengo io è qualcosa di enorme. Oggi essere conosciuto come il georgiano di Parigi è un orgoglio".
Non è un dettaglio simbolico il fatto che la bandiera georgiana lo accompagni sempre prima delle partite.
"La sera prima della finale ho preparato la valigia e la prima cosa che ho messo nello zaino è stata la bandiera. Mi dicevo che dovevamo vincere perché volevo correre sul campo con quella sulle spalle. È sempre il primo oggetto che porto con me".
Parigi, una città che rispetta la vita privata
Se Napoli è stata la città che lo ha consacrato, Parigi rappresenta un equilibrio diverso. Una dimensione internazionale che gli permette di vivere con maggiore tranquillità la quotidianità fuori dal campo.
"Adoro Parigi. Più ci penso e più mi rendo conto di quanto le persone siano rispettose. Quando esci non ti disturbano continuamente. Se sono in un ristorante, per esempio, chiedono prima di venire a fare una foto. Questo mi piace molto".
La capitale francese, racconta, è diventata anche uno spazio di normalità personale.
"È la città perfetta per passeggiare con tua moglie. Qui riesci davvero a vivere".
Dal Napoli al PSG: il momento in cui cambia la percezione di sé
Il passaggio da Napoli a Parigi segna un momento preciso nella sua carriera: il momento in cui ha capito di essere entrato definitivamente tra i grandi del calcio europeo.
"Arrivare a Napoli era già qualcosa di enorme per me. Mi rendeva molto orgoglioso. Ma quando il PSG mi ha contattato ho capito davvero di essere diventato un giocatore di livello mondiale".
Il 2025, racconta, è stato un anno simbolico sotto molti aspetti.
"A Napoli erano anni che aspettavano lo scudetto e siamo riusciti a vincerlo prima che lasciassi il club. Poi è successa una cosa simile a Parigi con la Champions League. In Georgia diciamo che se entri in una stanza con il piede destro la fortuna ti accompagna. Io penso di essere arrivato a Parigi con il piede giusto".
Il rapporto con Luis Enrique e la crescita tattica
Nel nuovo contesto tecnico Kvaratskhelia ha trovato un allenatore che lo ha spinto a evolversi anche lontano dalla porta avversaria.
"Con Luis Enrique ho un ottimo rapporto. È l’allenatore e può anche urlarmi contro, perché so che lo fa per migliorarmi. Ha un modo molto semplice di spiegare le cose e ogni volta cerca di insegnarti qualcosa".
L’aspetto su cui ha insistito maggiormente riguarda la fase difensiva, un dettaglio che oggi definisce il nuovo Kvaratskhelia.
"A Parigi cerco sempre di dare il cento per cento anche quando la squadra non ha il pallone. Questa è una cosa che a Napoli facevo molto meno. Il mister mi ha aiutato a crescere anche sotto questo aspetto".
Il peso di un soprannome leggendario
Durante la sua esperienza in Italia, i tifosi del Napoli avevano creato per lui un soprannome destinato a restare: "Kvaradona". Un accostamento inevitabile ma allo stesso tempo ingombrante.
"Essere paragonato a Maradona è qualcosa di pesante. Nessuno può essere davvero paragonato a lui. Però quando i tifosi mi chiamavano Kvaradona capivo che era un segno di affetto. Questo mi ha toccato molto e mi ha reso orgoglioso".
Dietro quel soprannome c’era il riconoscimento di un legame speciale con la città e con la sua storia calcistica.
Il dribbling come firma tecnica
Tra le caratteristiche che lo rendono unico c’è una qualità che continua a definire il suo modo di giocare: il dribbling.
"Sì, penso che il dribbling sia la mia arma principale. È la cosa che mi viene più naturale".
Ma la sua evoluzione recente va oltre la semplice spettacolarità.
"A Parigi sono migliorato molto. Oggi mi sento anche un guerriero in campo. Cerco sempre di dare tutto, in ogni fase della partita".
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