Goran Pandev: dalla tempesta con Lotito al Triplete con Mourinho. “Il segreto? Anche una carbonara prima della partita”
C’è una bandiera che sventola sulla torre più alta della fortezza di Strumica. Porta due iniziali e un numero: GP19. In Macedonia non serve aggiungere altro, riporta la Gazzetta dello sport.
C’è una bandiera che sventola sulla torre più alta della fortezza di Strumica. Porta due iniziali e un numero: GP19. In Macedonia non serve aggiungere altro, riporta la Gazzetta dello sport.
Goran Pandev: dalla tempesta con Lotito al Triplete con Mourinho. “Il segreto? Anche una carbonara prima della partita”
Quelle lettere raccontano la storia di Goran Pandev, l’uomo che da un piccolo centro dei Balcani è arrivato a conquistare l’Europa, diventando uno dei simboli del calcio del suo Paese.
Oggi l’ex attaccante ha cambiato prospettiva. Dopo una carriera lunga e intensa, è diventato dirigente della federazione macedone e osserva il calcio con lo sguardo di chi lo ha vissuto fino in fondo.
"Ho smesso a 39 anni senza rimpianti", racconta. "Ma certe cose ti restano dentro. L’adrenalina delle partite, lo spogliatoio, le cene con i compagni, perfino le contestazioni o i ritiri punitivi. Tutto faceva parte di quel sogno che ho inseguito fin da ragazzino".
Dalla Macedonia a San Siro: il sogno che prende forma
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Pandev nasce calcisticamente a Strumica, una realtà lontana dai riflettori del grande calcio europeo. L’inizio, però, è quasi casuale.
"A undici anni ho iniziato a giocare per gioco. I miei genitori avrebbero preferito che mi concentrassi sugli studi. Poi a sedici anni arrivò il torneo di Viareggio: segnai tantissimo e iniziarono a cercarmi diverse squadre".
La scelta cadde sull’Inter Milan. Non fu solo una decisione sportiva, ma una questione di fascino.
"L’Italia rappresentava il massimo. E poi c’erano campioni come Ronaldo e Christian Vieri. Ti spiegavano come volevano il pallone. Io li guardavo da ragazzo sugli spalti di San Siro e pensavo: un giorno devo giocare qui".
Il percorso, però, non fu immediato. Prestiti, attese e qualche delusione rallentarono l’ascesa. La svolta arrivò con la Lazio.
La Lazio e Delio Rossi: il periodo della maturità
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A Roma, Pandev trova l’allenatore che più di tutti lo segnerà: Delio Rossi.
"Mi ha formato come calciatore. Allenamenti durissimi, palestra, chilometri di corsa nei boschi. Ritiri pesanti. Ma con lui sono cresciuto davvero".
Il macedone ricorda quel periodo come il momento più completo della sua carriera.
"Il miglior Pandev si è visto alla Lazio. Non avevo paura della fatica e non mi lamentavo mai. Rossi apprezzava questo atteggiamento".
Tra i ricordi più vivi resta un gol spettacolare alla Juventus allo stadio Delle Alpi.
"Saltai Fabio Cannavaro, Lilian Thuram e Jonathan Zebina prima di battere Gianluigi Buffon. È ancora oggi il gol più bello che abbia segnato".
Un altro momento indimenticabile arrivò in Champions League contro il Real Madrid dei Galácticos. Una doppietta che gli valse anche i complimenti di Ruud van Nistelrooy, che a fine partita gli regalò la propria maglia.
Il conflitto con Lotito: mesi difficili e la rottura
Il finale dell’esperienza laziale, però, fu tutt’altro che sereno. Il rapporto con il presidente Claudio Lotito si incrinò durante la trattativa per il rinnovo contrattuale.
Pandev non usa giri di parole.
"Ho dato tutto per quella maglia. Ho giocato anche con infiltrazioni e problemi muscolari. Nella finale di Coppa Italia del 2009 non riuscivo quasi a stare in piedi, ma scesi comunque in campo".
Poi arrivarono mesi complicati.
"Rimasi fuori rosa per sei mesi. Mi allenavo da solo mentre la squadra giocava. Mia moglie era incinta e io vivevo una situazione molto pesante. Ogni giorno qualcuno cercava di convincermi a rinnovare alle condizioni della società".
L’attaccante ricorda quel periodo come una vera forma di pressione.
"Era mobbing. Non capitò solo a me, ma anche ad altri giocatori".
Con il senno di poi, però, Pandev ammette che alcune reazioni avrebbero potuto essere diverse.
"Dopo un gol una volta urlai ‘bastardo’ verso la tribuna. Oggi non lo rifarei. Fu una reazione di rabbia".
L’Inter di Mourinho e la notte del Triplete
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Nel gennaio 2010 arriva la svolta. Pandev si libera e torna all’Inter Milan, dove trova José Mourinho.
"Lui mi fece giocare subito titolare contro il Chievo. Non disputavo una partita da sei mesi e conoscevo appena i compagni, ma mi diede fiducia".
Quella stagione si trasformò in una cavalcata storica culminata nel Inter Milan Treble 2010.
"La notte della finale contro il Bayern Munich eravamo convinti di poter vincere. Dopo aver eliminato il Barcellona più forte di sempre sentivamo che nulla era impossibile".
E il segreto di quella squadra?
Pandev sorride.
"La carbonara prima delle partite. Alla Lazio mangiavamo bresaola e rucola. All’Inter, invece, l’ambiente era più libero. In aereo ognuno si presentava come voleva: calzini diversi, tute non abbinate. L’importante era non sbagliare in allenamento".
Napoli, Genoa e una carriera vissuta fino in fondo
Dopo l’Inter, l’attaccante macedone continua a lasciare il segno in Serie A. Prima con il Napoli di Walter Mazzarri, poi con il Genoa, dove diventa uno dei leader dello spogliatoio.
"A Napoli ho vinto altre Coppe Italia ed è stata un’esperienza bellissima. Mazzarri mi chiamava continuamente per convincermi ad accettare".
A Genova, invece, Pandev vive uno dei periodi più lunghi della sua carriera.
"Sei anni e mezzo incredibili. Con Enrico Preziosi succedeva di tutto: allenatori cambiati spesso e rivoluzioni di mercato ogni estate. Ma mi sono divertito davvero".
L’unico rimpianto
Guardandosi indietro, Pandev non ha molti rimpianti.
"Uno solo: la scelta di andare al Galatasaray. Per il resto rifarei tutto".
Poi torna con il pensiero a Strumica.
"Sono partito da un piccolo paese e ho vinto tutto. Quando ripenso alla mia storia mi chiedo: cos’altro avrei potuto desiderare?".
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