Galatasaray, Osimhen senza filtri: "A Napoli mi sono sentito tradito. La Juve mi cercava, ma ho scelto la mia libertà"
Sottolinea le telefonate ricevute da Edoardo De Laurentiis, ma ribadisce che il problema non era privato. Era pubblico, e pubblica sarebbe dovuta essere la risposta.
C’è un momento, nella carriera di un campione, in cui il talento passa in secondo piano e resta soltanto l’uomo. Nel racconto di Victor Osimhen quell’istante coincide con un video pubblicato sui social e con una frattura che non si è più ricomposta.
Galatasaray, Osimhen senza filtri: "A Napoli mi sono sentito tradito. La Juve mi cercava, ma ho scelto la mia libertà"
Oggi l’attaccante nigeriano guida l’attacco del Galatasaray e si prepara ad affrontare la Juventus in Champions League. Ma l’eco del suo passato al Napoli non si è mai davvero spenta, riporta la Gazzetta dello sport nella sua intervista esclusiva all'ex azzurro.
Istanbul, una rinascita personale e professionale
Sono passati oltre diciassette mesi dall’addio all’Italia. A Istanbul, Osimhen ha trovato ciò che definisce “un luogo in cui sentirsi voluto”. Non parla solo di calcio, ma di appartenenza.
"Appena arrivi qui capisci perché chiunque si innamori di questa maglia", racconta. E nelle sue parole non c’è retorica: c’è la percezione di un nuovo inizio.
Il Galatasaray non è per lui un semplice club di passaggio, ma un progetto ambizioso, deciso a consolidarsi in Europa dopo aver dominato in patria. In questo contesto, Osimhen non è solo un finalizzatore: è il simbolo di un salto di qualità internazionale.
La sfida alla Juventus e il filo con Spalletti
La partita contro la Juventus non è soltanto una gara di alto livello europeo. È un incrocio con ciò che sarebbe potuto essere.
"Quando ti chiama la Juve devi sederti e ascoltare", ammette. Il corteggiamento c’è stato, concreto. Cristiano Giuntoli lo voleva a Torino. I contatti, le telefonate, l’interesse reale. Ma il trasferimento non si è mai materializzato.
E poi c’è Luciano Spalletti, l’allenatore che lo ha consacrato nell’anno dello scudetto.
"Si diceva che litigassimo, ma non era vero. Pretendeva tutto, ma ti dava tutto. Ci ha convinti che potevamo fare qualcosa di storico".
Osimhen descrive Spalletti come un costruttore di mentalità prima ancora che di schemi. Un tecnico capace di trasformare un gruppo talentuoso in una squadra vincente.
Il caso TikTok e la rottura con il Napoli
Il punto di non ritorno, nel suo racconto, è un video pubblicato dall’account ufficiale del Napoli dopo un rigore sbagliato contro il Bologna. Un contenuto che avrebbe dovuto essere ironico, ma che per Osimhen ha assunto un significato ben diverso.
"Dopo quel video qualcosa si è rotto definitivamente".
Si è sentito esposto, ridicolizzato, bersaglio di commenti e insulti. Racconta di aver subito attacchi razzisti, di aver percepito silenzi pesanti laddove si sarebbe aspettato protezione.
La sua risposta fu simbolica ma potente: cancellare le foto in azzurro dal profilo Instagram. Un gesto interpretato come una sfida, ma che lui descrive come una reazione emotiva.
"A mia figlia chiedevo di mettersi nei miei panni. È più napoletana che nigeriana".
In quella frase c’è tutto il conflitto interiore di un calciatore che non rinnega l’amore per la città, ma che non si è più sentito rispettato.
Il rapporto con la dirigenza e il “gentlemen agreement”
Osimhen parla di un accordo morale per lasciare il club l’estate successiva. Un’intesa che, secondo lui, non sarebbe stata pienamente rispettata.
"Mi trattavano come un cane. Vai di qua, vai di là. Non sono un burattino".
Parole dure, che fotografano una sensazione di perdita di controllo sulla propria carriera. Per un atleta che ha costruito ogni tappa con sacrificio, l’idea di essere gestito senza ascolto è diventata insostenibile.
Di Antonio Conte parla con rispetto.
"Mi ha chiamato nel suo ufficio, voleva che restassi. Gli ho detto che lo stimavo, ma non ero più felice".
Non è stata una questione tecnica, né economica. È stata una scelta emotiva e identitaria.
Le scuse mai arrivate
C’è un elemento che ritorna più volte nel suo racconto: l’assenza di scuse pubbliche.
"Nessuno si è mai scusato per quello che è successo".
Sottolinea le telefonate ricevute da Edoardo De Laurentiis, ma ribadisce che il problema non era privato. Era pubblico, e pubblica sarebbe dovuta essere la risposta.
Nel frattempo, dice, circolavano voci su ritardi agli allenamenti e tensioni con i compagni.
"Sono tutte bugie". Non attacca i tifosi azzurri, anzi li difende. Li descrive come fedeli, viscerali, capaci di mettere il club sopra ogni cosa. È un modo per separare l’amore popolare dalle dinamiche dirigenziali. Oggi Osimhen: più forte o più consapevole? Alla domanda se l’Osimhen turco sia migliore di quello visto in Serie A, sorride. "Se non sono il numero uno, sono il numero due. O al limite il numero tre".
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