Bianchi a Chivu: “Meglio farsi odiare che perdere lucidità. Il mio doblete a Napoli? È così che si vincono i trofei”
Bianchi racconta un episodio diventato quasi un manifesto del suo modo di allenare. Mentre Napoli festeggiava il primo scudetto della sua storia, lui entrò nello spogliatoio con un atteggiamento opposto.
Nel calcio che corre veloce verso i verdetti finali, c’è chi ha già vissuto tutto. E quando parla, lo fa senza filtri. Ottavio Bianchi guarda all’Inter di oggi e rivede qualcosa del suo Napoli leggendario, quello del 1987, costruito attorno a Diego Armando Maradona e capace di conquistare uno storico double, riporta la Gazzetta dello sport.
Bianchi a Chivu: “Meglio farsi odiare che perdere lucidità. Il mio doblete a Napoli? È così che si vincono i trofei”
Il consiglio, o forse meglio dire la filosofia, è chiaro: mantenere alta la tensione anche quando tutto sembra già deciso.
Il metodo: spegnere l’entusiasmo sul più bello
Bianchi racconta un episodio diventato quasi un manifesto del suo modo di allenare. Mentre Napoli festeggiava il primo scudetto della sua storia, lui entrò nello spogliatoio con un atteggiamento opposto.
"Cosa continuate a festeggiare? Non abbiamo ancora vinto niente".
Una frase che spiazzò tutti. "Mi guardarono come se fossi matto", ricorda. Ma dietro quella provocazione c’era un’idea precisa: evitare cali di concentrazione prima della finale di Coppa Italia.
Una scelta controcorrente, persino impopolare. Ma efficace.
Farsi “odiare” per vincere
"Il mio compito era smorzare qualsiasi entusiasmo, anche a costo di farmi odiare". Non è una provocazione, ma una strategia. Per Bianchi, il momento più pericoloso non è l’inizio o la difficoltà, ma la fase finale, quando il traguardo è vicino e la tensione si allenta.
È lì che si vincono o si perdono i trofei.
E infatti quel Napoli completò l’opera, portando a casa anche la Coppa Italia e firmando una stagione entrata nella storia.
Il paragone con l’Inter di oggi
Guardando all’attualità, Bianchi individua nell’Inter una squadra con caratteristiche diverse rispetto al suo Napoli. Più abituata a vincere, più strutturata mentalmente.
Alla guida c’è Cristian Chivu, alla sua prima esperienza in una grande panchina ma già vicino a un traguardo importante.
"È stato agevolato anche dal rallentamento delle altre", osserva Bianchi, sottolineando però un aspetto decisivo: la profondità della rosa e la possibilità di ruotare i giocatori senza perdere qualità.
Il messaggio, senza volerlo dare
Quando gli chiedono se consiglierebbe a Chivu di adottare lo stesso approccio, Bianchi sorride e si schermisce.
"Dare buoni consigli è un errore, dare ottimi consigli è una tragedia".
Ma il concetto arriva comunque chiaro: un allenatore deve saper gestire le emozioni del gruppo, anche forzando situazioni opposte alla realtà.
"Sdrammatizzare quando c’è tensione e creare tensione quando tutto sembra facile".
Napoli 1987: un ricordo che resta
Il racconto si chiude con un’immagine potente: la città in festa, travolta da un entusiasmo incontenibile.
"Non ho mai visto il carnevale di Rio, ma Napoli in quei giorni era anche di più".
Un’esplosione di gioia che arrivò solo dopo aver completato il percorso. Prima, però, c’era stato bisogno di qualcuno capace di tenere tutti con i piedi per terra.
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