Benfica, Mourinho: “Questa cosa che l’idea di gioco vale più dei risultati è la più grande bugia dal calcio”
Al Giornale: "Solo dopo viene l'estetica. Non avete bisogno di ct stranieri, avete già Conte e Allegri. Oggi molti allenatori trovano squadre perché sanno vendersi bene"
Al Giornale: "Solo dopo viene l'estetica. Non avete bisogno di ct stranieri, avete già Conte e Allegri. Oggi molti allenatori trovano squadre perché sanno vendersi bene"
Benfica, Mourinho: “Questa cosa che l’idea di gioco vale più dei risultati è la più grande bugia dal calcio”
Se il calcio moderno rincorre sempre più lo spettacolo, Mourinho sceglie la direzione opposta. E lo fa con la consueta precisione, senza concessioni: "Il calcio non è un prodotto da intrattenimento, è competizione pura". Una posizione netta, quasi controcorrente, che però intercetta un malessere diffuso.
La deriva dello spettacolo e il ritorno alla sostanza
Nelle parole di Mourinho c’è una critica chiara a quella trasformazione che ha progressivamente spostato il calcio verso logiche più vicine allo show che allo sport. Una “deriva wrestling-globetrotter”, per usare un’espressione efficace, dove conta più come si racconta una partita che come la si vince.
Per Mourinho, invece, la gerarchia è semplice e non negoziabile: prima il risultato, poi tutto il resto.
"Pensare che l’idea di gioco venga prima della vittoria è la più grande bugia del calcio", afferma. Una frase che suona come una provocazione, ma che in realtà riporta il discorso su un piano essenziale: senza qualità, senza organizzazione e senza concretezza, l’estetica resta vuota.
Quando liquida certe narrazioni contemporanee con un secco "difendiamo la sconfitta? Ma per favore", il messaggio è evidente. Non c’è spazio per romanticismi fuori luogo.
Italia, una scuola che non ha bisogno di importare
Sul tema della Nazionale, Mourinho evita ogni ambiguità. Alla domanda se allenerebbe l’Italia, la risposta è tanto semplice quanto significativa: non ce n’è bisogno.
"Avete allenatori come Massimiliano Allegri e Antonio Conte. E potrei citarne altri".
Il punto, però, non è il nome del commissario tecnico. Mourinho sposta il focus più in profondità, sul sistema. E qui arriva uno dei passaggi più lucidi dell’intervista: il confronto con il modello portoghese.
Non è una questione di numeri o dimensioni del Paese. È una questione di struttura, di formazione, di organizzazione dei settori giovanili. "Venite a vedere come lavoriamo", suggerisce, quasi provocando. Il sottotesto è chiaro: il talento non nasce per caso, si costruisce.
La cultura del lavoro e il caso Chivu
Nel panorama attuale, Mourinho individua anche segnali positivi. Uno su tutti: Cristian Chivu.
"Ha fatto la gavetta, ha studiato, ha imparato". Parole che pesano, perché arrivano da chi ha sempre diffidato delle scorciatoie. Il percorso di Chivu diventa così un esempio di metodo, in un’epoca in cui spesso si bruciano le tappe.
E proprio qui emerge un’altra critica, forse la più tagliente: oggi, secondo Mourinho, non sempre arrivano in panchina i più preparati.
"Molti allenano perché sanno vendersi bene. Avere un buon PR conta più della competenza".
Una riflessione che va oltre il calcio e tocca un tema più ampio: il rapporto tra immagine e sostanza.
Una voce fuori dal coro, ancora necessaria
In un calcio che cambia rapidamente, la figura di Mourinho continua a rappresentare un punto di resistenza. Non tanto per nostalgia di un passato che non torna, quanto per la capacità di riportare il discorso su fondamenta solide.
La sua non è una battaglia contro l’evoluzione, ma contro la confusione. Contro l’idea che tutto possa essere spettacolo, anche ciò che nasce per essere competizione.
E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, le sue parole fanno rumore. Perché, al netto dei personaggi e delle polemiche, Mourinho continua a dire qualcosa che molti pensano, ma pochi hanno il coraggio di esprimere con altrettanta chiarezza.
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